francesco romanetti, ‘il mattino’, 12 dicembre 2010.
“Questo libro contiene una magia, una specie di incantesimo. È pieno di bellezza, di attimi rubati alla realtà, ad una parte di realtà, trasfigurati e conservati in immagini.
L’effetto della magia è che anche chi ci vive, in questa città che è Napoli, sfogliando il libro si sorprende a mormorare «…però, che bello…», come se lui venisse da chissà dove e prima di immergersi nella visione di quelle immagini non avesse attraversato una strada di Napoli, un portone di Napoli, non avesse sostato sotto il cielo di Napoli.
Il libro di intitola Napoli dentro (arte’m edizioni, pagg. 160, euro 40) ed è un libro fotografico, però un libro fotografico con qualcosa in più: e non solo perché le foto sono quelle, davvero stupende, di Luciano Romano, intervallate da fotografie ottocentesche dell’archivio di Gaetano Fiorentino, da paesaggi di vedutisti e cartografi del Rinascimento, dell’Illuminismo e dell’età romantica. Non solo perché, opportunamente collocato alla fine dell’incantato percorso iconografico, nel libro c’è anche un suggestivo racconto in forma epistolare di Giuseppe Montesano. Il di più è dato da come tutti questi elementi sono messi insieme, accostati, con l’effetto «magico» che alla fine riescono a sprigionare.
Questo libro è un libro barocco. Vuole suscitare stupore, mostrando la bellezza. E lo fa, anche se il costo è uno scarto dalla realtà. Perché è una bellezza pura, depurata da scorie, quella degli scatti di Luciano Romano, maestro di atmosfere e della ricerca di particolari. Per esempio, andate a pagina 53 e osservate il particolare della decorazione marmorea della Cappella della Madonna della Purità: passerete delicatamente la mano sul foglio, come una carezza e bisbiglierete: «Com’è bello», e capirete perché Luciano Romano, che ha colto quello spicchio di bellezza, è un artista.
Oppure, a pagina 42, guardate l’arcano nascosto nel pavimento maiolicato del tempio di San Giovanni a Carbonara, subito accostato, nella pagina successiva, al pavimento della Sala Clemente del Museo Madre, magnifico tempio laico sbocciato tra i vicoli antichi della città moderna. Prendete gli «esterni», i paesaggi, le immagini di Piazza Dante, della Galleria Umberto I, di Piazza del Plebiscito, di una Bagnoli addormentata, di Piazza San Domenico Maggiore: vedrete architetture esatte, vi sembrerà di stare in un sogno, fatto di colori vivi e misteriosi, esaltati dalle luci di albe disabitate.
Disabitate perché nelle fotografie di Romano, da quelle dei vicoli a quelle di Posillipo vista dal mare, non compaiono esseri umani o se ci sono, sono rare ombre colte di sfuggita. Non ci sono volti nel libro. O meglio, le facce che si vedono sono quelle truggenti dei dipinti di Caravaggio, di Luca Giordano, di Ribera o l’espressione estasiata del Volto di Nicodemo, ritratto nella Chiesa di Monteoliveto. Oppure la faccia è l’inquietante sguardo magnetico del busto reliquiario di «faccia gialla», di San Gennaro, tempestato di pietre preziose. Tutte le facce e i volti che vedrete nel libro, sono solo quelli che appartengono a un tempo passato. E i volti del popolo, del popolo napoletano, sono quelli in bianco e nero, altrettanto struggenti quanto quelli della Flagellazione di Caravaggio, mostrati nelle fotografie seppiate dell’800 tratte dalla collezione Fiorentino: gli operai baffuti della fabbrica di maccheroni, le donne scarmigliate dei vicoli, i poveri, i venditori di pesce con il loro carretto, che guardano, stralunati, dentro l’obiettivo di quel fantastico macchinario che è la macchina fotografica. Lo scarto dalla realtà è questo.
Dentro il libro Napoli dentro non c’è Napoli com’è. Non c’è il caos della Ferrovia, non ci sono le auto imbottigliate nel traffico, non c’è Scampia, non si sente la puzza dei gas di scarico. Ovviamente non ci sono i cumuli di monnezza. Questa assenza e questo stacco che cosa vogliono dire? Ognuno la interpreti come vuole. Non pochi penseranno: «Ecco, ecco Napoli come potrebbe essere e non è». Ma forse è una deduzione riduttiva, un po’ banale. Quella di Napoli dentro è piuttosto uno sguardo su una realtà, una parte della realtà, perché la realtà è sempre plurale. Magia, incantesimi e miracoli, non esistono. Se si producono, in fondo è perché c’è qualche inganno dei sensi, qualche illusione, qualche emozione che prende a fuggire. Nel bel racconto che chiude il volume, Montesano riporta le lettere che un certo René scrive ad una certa Elena. Questo René è un francese, un artista, che è venuto a vivere a Napoli e ne è rimasto stregato. Questa Elena, al contrario, è una napoletana «scappata» da Napoli. Alla fine, di René non si sa più nulla. Scompare nella città che lo ha ammaliato, probabilmente rinunciando a compiere la sua opera di artista. Ma prima di scomparire, René ha scritto a Elena: «Ogni rappresentazione di questa città è una menzogna».
Ecco, appunto.”





