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napoli, il barocco come un romanzo

carlo bertelli, corriere della sera, 28 agosto 2011.

“Non c’ è grande museo al mondo che non possegga un dipinto del Seicento napoletano.
A parte il nucleo che resiste nei luoghi pubblici e nelle collezioni della città, i quadri napoletani sparsi per il mondo richiedono soprattutto l’ occhio del conoscitore che sappia restituirli al contesto d’ origine, ricostruendo scuole e maestri al di là del fascino di una pittura di grande complessità culturale, che tocca l’ animo dell’ osservatore moderno per la  violenza dei suoi grandi pittori realisti, specialmente del grande Jusepe de Ribera, e per l’ impeto visionario di Luca Giordano.

Eppure il biografo degli artisti napoletani, Bernardo de Dominici, nei suo tre volumi sulle vite dei pittori scultori e architetti (1742 e 1745) era così preso dalle idee di decoro dell’ Arcadia da fare suoi eroi Mattia Preti, Paolo de Matteis e Solimena, trattenendo l’emozione di fronte agli altri protagonisti. Così la pittura napoletana del Seicento è diventata un vero cimento per conoscitori e storici, impegnati a ricostruirne le complesse vicende affinando il proprio occhio e la propria sensibilità.

La pittura napoletana del secolo barocco (che Nicola Spinosa ricostruisce nei due volumi di Pittura del Seicento a Napoli ) ha caratteri talmente inconfondibili da consentire di ravvisarvi con sicurezza la posizione centrale che occupa nella compagine dell’ arte italiana – e iberica – oltre il velo dei fitti incontri con altre scuole e della loro variabile influenza. Direi che, volendo chiudere un’ esperienza tanto complessa in una cifra, la pittura napoletana del Seicento si distingue nel contesto europeo per la sua urgenza narrativa. Un quadro napoletano racconta sempre un evento, per cui un’ immagine allegorica della Grammatica, di Aniello Falcone, appare come il ritratto di una vera maestra di scuola, la figura dell’ Olfatto, in un dipinto di Jusepe de Ribera, mentre annusa una cipolla, lacrima copiosamente, né mi fiderei della frutta che mi offre il fruttaiolo in un quadro di Luca Forte. Anche nel Trionfo marino di Paolo de Matteis, a Brera, i rivoli che discendono da uno scoglio sono descritticon tale precisione da svelare una vena realistica al disotto dell’apparato barocco. Questa forte individualità napoletana – siamo nella città del Cunto delli cunti e degli esperimenti ottici e fisiognomici di Giambattista della Porta – ha garantito l’indipendenza dell’ arte partenopea anche quando ha attinto liberamente ad altre fonti, da Roma a Venezia a Bologna.

Con un’ abilità maturata in decenni di combattiva direzione della Soprintendenza napoletana, Nicola Spinosa ci conduce per i sentieri della pittura da lui molto amata. In due volumi è concentrata la summa di una sua prolungata esperienza, fatta di giudizi critici, di gestione di un territorio e di grandi musei, di mostre e di viaggi e, che non è poco, di una invidiabile conoscenza diretta delle collezioni private. Sono due volumi, all’incirca di 1000 pagine in tutto, con 832 schede di dipinti esaminati, descritti, attribuiti, molte volte raggiunti in musei lontani o in collezioni private. Era questa la nuova narrazione che da tempo si aspettava, specialmente dagli anni Ottanta, quando due mostre, «Civiltà del Seicento a Napoli», tenuta nella stessa città nel 1984-85 e «Painting in Naples from Caravaggio to Giordano», al Metropolitan Museum di New York nel 1982-83 rilanciarono la pittura del Seicento napoletano in un giro ampio d’interessi, dopo anni d’ incubazione che avevano coinvolto studiosi di mezzo mondo. Il merito delle buone mostre è sempre dipresentare un abbozzo di sintesi e di stimolare contemporaneamente nuove ricerche, che a loro volta si estrinsecano, spesso, in altre mirabili mostre, come furono quelle di Battistello Caracciolo, del 1991, di Jusepe de Ribera del 1992, di Mattia Preti del 1999, di Domenico Gargiulo del 2002 sino a quella dedicata all’ultimo Caravaggio, del 2004-5. E non le ho citate tutte.

Il termine «età barocca» fu creato, se non sbaglio, da Benedetto Croce. Eppure non si applica perfettamente alla pittura di tutto il Seicento napoletano. Nei primi decenni del secolo, i due dipinti che Caravaggio lasciò a Napoli (la Crocifissione e Le opere di misericordia, cui da poco si aggiunge il Martirio di sant’ Orsola ) furono così sconvolgenti, per i pittori e il pubblico, da togliere qualunque curiosità per il barocco che a Roma inauguravano Gian Lorenzo Bernini, Pietro da Cortona, Giovanni Lanfranco. La conversione dei pittori napoletani al barocco avvenne così solo nel 1653, con l’ arrivo di Mattia Preti, reduce da Roma, ossia vent’ anni dopo che Lanfranco aveva affrescato l’Assunzione di Maria nella cupola del Tesoro di San Gennaro con la vertiginosa folla di santi gesticolanti tra angeli e nubi in una visione pienamente barocca. I pittori napoletani affascinati da Caravaggio non dipinsero però, come il maestro, quadri da stanza o pale d’altare. Domenico Gargiulo, per esempio, eseguì affreschi, mentre s’incuriosiva per le stampe di Callot e si entusiasmava delle architetture classiche di Claude Lorrain. Tuttavia neanche di fronte a compiti di forte impegno decorativo, mai i pittori di tendenza naturalistica avrebbero distrutto l’integrità dei corpi, rinunciato alla sconvolgente presenza di carni scoperte, alla denuncia della verità messa in evidenza dalla luce radente. Tanto più poiché, dal 1616 risiedeva a Napoli Jusepe de Ribera, colui che approfondì e talvolta esasperò la lezione di Caravaggio e cui furono debitori un po’ tutti, dal Maestro dell’Annuncio ai pastori, sulla cui identità Spinosa discute (era Juan Do, un pittore di Valencia?) sino a Francesco Fracanzano ed Aniello Falcone. Ribera aveva insegnato la povertà come nudità psicologica e incoraggiato la tendenza napoletana alla pittura del vero e al racconto.

Il secondo volume raccoglie i fasti del vero trionfo barocco: da Francesco Solimena a Francesco De Mura, da Domenico Antonio Vaccaro ai forse meno noti, ma preziosi, Nicola Malinconico, Paolo De Matteis, Paolo Porpora, sino al grandissimo Luca Giordano. Pieno di novità il capitolo conclusivo sulla natura morta napoletana, dove primeggiano Giuseppe Recco e Andrea Belvedere, che pure fu però un genere tanto stimato da invogliare anche maestri come Ribera e Solimena. Sulla copertina di questo secondo volume, un dipinto emblematico di Luca Giordano ritrae Rubens intento a dipingere l’ allegoria della pace. È il
sigillo di un secolo.

L’autore: Nicola Spinosa, nato a Napoli nel 1943, è stato sovrintendente per i Beni artistici e storici di Napoli e sovrintendente per il Polo museale napoletano. È docente di Museologia e Storia del Collezionismo all’Istituto universitario Suor Orsola Benincasa. Ha pubblicato «Pittura del Seicento a Napoli. Da Caravaggio a Massimo Stanzione» (Edizioni Arte’m, pp. 528, 520 illustrazioni, 2 volumi, 120). Il libro è un bilancio spettacolare sulla «stagione d’ oro» delle arti figurative napoletane.”

pittura del seicento a napoli. da caravaggio a massimo stanzione

pittura del seicento a napoli. da mattia preti a luca giordano. natura in posa

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