paolo de luca, la repubblica, 17 novembre 2011
“Questione di una manciata di minuti. Un’onda anomala che rovina su villaggi e spiagge, provocando distruzione e morte nel raggio di 200 chilometri.
Non siamo nella Thailandia o nel Giappone del ventunesimo secolo.
Ma nella città di Salerno, 4000 anni fa, più precisamente nell’insediamento orientale di Oliva Torricella sul torrente Fuorni. Uno tsunami alto quaranta metri travolge le coste campane, allora arretrate di due chilometri rispetto ad oggi, spingendosi fino a Pontecagnano e nella valle del Sele e dei Picentini.
Un’istantanea di preistoria non documentata, ma che oggi i rilievi archeologici sono in grado di restituirci. I cui ritrovamenti saranno inoltre la punta di diamante, con altri mille reperti, della rassegna “Salerno antica” che inizia venerdì alle 17 nel complesso monumentale di Santa Sofia, in largo Abate Conforti a Salerno.
In mostra, circa 20 millenni di storia locale, dal Paleolitico al primo secolo dopo Cristo. Storie di “città invisibili”, sommerse, proprio come il villaggio di Oliva Torricella.
“Non si sa ancora quale sia stata la causa dello tsunami salernitano”, spiega Adele Campanelli, soprintendente alle province di Avellino, Benevento, Caserta e Salerno. “Se l’eruzione delle pomici irpine nel 1800 avanti Cristo, o quella dello Stromboli, 200 anni prima. Di certo, questo scavo offre una rarissima quanto sbalorditiva prova archeologica dell’effetto di un disastro naturale su un sito antico”.
E la prova è data dalla cosiddetta “tsunamite”, un sedimento
di sabbie e rocce, mischiate a fossili di organismi viventi marini e conchiglie, traccia inequivocabile di un maremoto.
Dagli studi emerge che il villaggio, scavato nel 2002, corrisponda a uno dei più antichi stanziamenti campani, tra i primi esempi di sedentarietà umana dell’Età del bronzo, con primi approcci all’agricoltura, accanto a caccia e pastorizia. Oliva Torricella in particolare, ci ha restituito dieci capanne in legno di castagno, disposte a ferro di cavallo, con all’interno ancora stoviglie e attrezzi di uso quotidiano, nonché i calchi d’impronte degli antichi abitanti.
La società, dai caratteri della cosiddetta “Facies di Palma Campania” sembrava pacifica, senza strutture difensive. Gli spazi erano comuni, dedicati alla coltivazione di cereali, alla macellazione di animali (cinghiali e cervi) e alla cottura di alimenti, in particolare della cosiddetta “polenta bianca”, composta da farro, orzo e miglio.
“La zona di Salerno, conclude la Campanelli, si riconferma dunque come luogo abitato fin dai tempi più remoti. Non solo per le sue favorevoli condizioni naturali, ma per la sua funzione strategica che successivamente ricoprì per scambi commerciali tra l’agro capuano ed il sud calabro-greco”.
La mostra durerà fino al 28 febbraio.
Tra i reperti esposti, anche un tronco carbonizzato, testimonianza della più grande eruzione dei campi Flegrei avvenuta 40 mila anni fa, detta “Ignimbrite campana” le cui ceneri coprirono un raggio di oltre 30 mila chilometri.
Durante la mostra sarà messo in vendita il catalogo Dopo lo tsunami Salerno antica, pubblicato dalle edizioni arte’m”.



