benedetto gravagnuolo, corriere del mezzogiorno, 07 marzo 2012
“Un volume dedicato al progettista che ha restaurato gli spazi del contemporaneo a Capodimonte e a Villa Pignatelli.
Pur essendo un genere editoriale ormai inflazionato, le monografie dedicate all’opera degli architetti viventi rivelano una loro innegabile utilità.
Nonostante le buone intenzioni, manca ancora a Napoli un archivio dei progetti, dove poter consultare e valutare con sistematicità la notevole produzione dei disegni e delle opere realizzate nel corso del Novecento o agli albori del nuovo secolo. Pertanto ben vengano i libri a supplire tale carenza, specie se documentano lavori di architetti degni di attenzione critica.
In tale ottica è stato recentemente pubblicato dalla casa editrice arte’m un volume che illustra, con esemplare chiarezza, i primi quarant’anni dell’avventura ideativa di Gennaro Matacena: “un architetto italiano” per antonomasia, stando alla formula interpretativa coniata da Pasquale Belfiore nell’introduzione; con “una vocazione umanistico-tecnologica”, aggiunge Federico Massimo Mazzolani nella seconda prefazione.
All’attività professionale arrisa da un meritato successo anche fuori dai confini nazionali, Gennaro Matacena ha peraltro affiancato una ricerca saggistica ad ampio raggio, spaziando dal campo del restauro e della museografia fino ai temi dell’archeologia industriale e della storiografia architettonica.
Valgano ad esempio i saggi su Le Reali Ferriere ed Officine di Mongliana (con Brunello De Stefano Manno, 1979), Architettura del lavoro in Calabria tra i secoli XV e XIX (1983) e Architettura e urbanistica dell’età barocca (con Alfredo Buccaro, 2004). Non trascurabile per altri versi resta la sagace cura e traduzione della provocatoria brochure di Bernard Rudosky, Architecture without architects, data alle stampe nel 1978 nella collana dell’Esi da lui stesso diretta.
Un filo sottile, ma rintracciabile, lega intimamente la sua produzione saggistica alla prassi del costruire. Dopo la laurea in architettura nel 1970, Gennaro Matacena avviò una proficua collaborazione universitaria con Ezio De Felice, che è stato il suo maestro d’elezione anche in ambito progettuale. Al di là delle opere realizzate in collaborazione – tra le quali i restauri della Galleria di Palazzo Abatellis a Palermo, della Galleria d’Arte Contemporanea nel Museo di Capodimonte e dello spazio espositivo ipogeo del Museo Villa Pignatelli – ciò che più conta è il lascito del “metodo” fondato su un essenziale minimalismo espressivo, attento ad un calibrato innesto dei nuovi materiali (acciaio, vetro, cemento) nei palinsesti storici.
Non va dimenticato che negli anni poveri ma belli del dopoguerra l’architettura italiana raggiunse un’egemonia culturale sullo scenario internazionale per l’alta caratura di opere inequivocabilmente “moderne”, ma inserite con elegante rispetto nei contesti ereditati dal passato, grazie a maestri del calibro di
Carlo Scarpa, Franco Albini, Ignazio Gardella, Giovanni Michelucci e Ezio De Felice. Erede di quella peculiare maniera di concepire la modernità, Gennaro Matacena ha sviluppato con originalità la linea del minimalismo, guidando l’équipe pluridisciplinare nel suo autonomo atelier, attualmente denominato RA Consulting.
Lo comprovano le gratificanti vittorie conseguite in difficili gare di progettazione, quali quelle per i restauri dei Mercati di Traiano a Roma, del Foro Boario a Modena, della Pinacoteca di Assisi e del Museo Euromediterraneo a Palermo.
L’intervento più suggestivo in tale alveo è il recente recupero di un intero borgo medioevale inerpicato sulla collina umbra dominata dal Castello di Postignano, attuato in soli quattro anni (dal 2006 al 2010). Le circa sessanta case-torri, abbandonate sul finire degli anni Settanta, sono state consolidate con tecniche antisismiche, adeguate alle norme del risparmio energetico e dotate di moderne attrezzature ricettive, nonché di innovati spazi collettivi, con il plauso della soprintendenza di Perugia che ha dichiarato l’intera cittadella recuperata monumento nazionale. Almeno un accenno si impone infine sul parallelo filone progettuale incentrato sulle costruzioni ex-novo, a partire dal concorso per il Centro Polifunzionale a Cap Malabata in Marocco (1974), all’ipotesi rimasta sulla carta di una Cittadella Velica a Bagnoli (1996), fino alla realizzazione dell’alta Torre per Uffici su Via Marina (1993) a Napoli. A mio parere, la sperimentazione progettuale sul nuovo risulta meno convincente della collaudata metodologia nel campo del restauro. Tuttavia è nel suo insieme che la parabola produttiva di Gennaro Matacena meritava di essere “archiviata” in un volume monografico”.



